Peter Greenway fra storia e bellezza

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Auditorium M9, via Pascoli 11, Venezia Mestre

22 febbraio 2019 - 20:45

Lo sguardo curioso di chi non è mai stanco di guardarsi intorno, il portamento solido di chi non ha paura di dire comunque come la pensa, la voce che segue il flusso di pensieri in costante divenire. Peter Greenaway è come le sue opere: diretto e senza filtri, appassionato e disinibito, colto e provocante. Lo è stato anche in M9, nella performance “Music and film” presentata con gli Architorti in anteprima europea, ed ancor prima chiacchierando con i giornalisti al termine della sua visita al Museo del ’900. Parole ricche di echi e suggestioni lontane, impregnate di letteratura e di storia, di musica e di cinema, di analisi sociali e di giudici estetici. E di un amore sconfinato per Venezia, al punto che il regista gallese ha pronta la sceneggiatura per un film ispirato a “Morte a Venezia”, il decadente romanzo di Thomas Mann portato sul grande schermo da Luchino Visconti, di cui Greenaway ha ideato il seguito, immaginando cosa accade a Tadzio, il giovanissimo protagonista, quarant’anni dopo la morte a Venezia.
“Tutti gli inglesi amano Venezia ed io non faccio certo eccezione” ci dice Peter Greenaway, concedendosi volentieri ad una chiacchierata senza precisi fili conduttori, in cui proviamo ad andare insieme a lui alla ricerca di aggettivi in grado di ritrarre la città lagunare. “Per descrivere Venezia ci sono più sostantivi che aggettivi – riflette il regista – Venezia è perdita, è melancolia, è decadenza, anche fisica. Venezia racchiude la malinconia per ciò che sfugge, il suo fascino sta nella sua natura sfuggente, temporanea”.
Venezia, dunque, come emblema della storia che scorre, non a caso evocata e sintetizzata nel luogo che della storia è diventato in qualche modo l’emblema, quel Museo del Novecento sintetizzato nella sigla M9, che Greenaway ha osservato con attenzione, cogliendone opportunità e insidie: “Trovo molto positivo facilitare la conoscenza della storia più recente – sottolinea il regista – ma i tempi di questa conoscenza non sono liberi. Ho notato che c’è un grande controllo del fattore tempo sul visitatore. E poi questo è soprattutto il museo di un senso: la vista. Io preferirei poter immergermi in un museo che privilegi tutti i cinque sensi. Anche se pure la conta dei sensi ha poco significato, per me. Magari ce ne sono altri, magari non ne siamo consapevoli. Ecco, io vorrei un museo che smuova tutti i miei sensi”.
I sensi sono il tramite per assaporare la bellezza, secondo Peter Greenaway, che anche sulla bellezza ha una sua idea molto precisa, che sintetizza in un celebre concetto del premio Nobel André Gide, in base al quale la bellezza non sta nell’opera, ma negli occhi di chi guarda. “La nostra soggettività è molto importante – conferma Greenaway – perché è la misura della libertà creativa, del libero pensiero, della possibilità di dare alla realtà una chiave di lettura sempre nuova, e proprio per questo stimolante anche per gli altri. La soggettività è la personalizzazione. È il nostro stare dentro le cose, è i nostri occhi, che sono solo nostri, è la nostra percezione, che è solo nostra. Unica, come lo è ciascuno di noi”.

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