“Nello spazio” e la videoarte di Fabio Massimo Iaquone

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È la prima videoinstallazione ospitata in M9, appositamente concepita per questo non ordinario museo che racconta il Novecento con i linguaggi della multimedialità. “Nello spazio” di Fabio Massimo Iaquone, opera immersiva inserita nel calendario della rassegna omonima proposta parallelamente alla mostra “Lunar City”, potrà essere “vissuta” dai visitatori fino al prossimo 8 marzo, proprio con l’acquisto del biglietto per la temporanea. Un’esperienza emozionale, ancor prima che visuale, in cui parola, suono ed immagine si fondono, integrandosi perfettamente con la dimensione spaziale del museo. La videoinstallazione, realizzata al terzo piano, costituisce parte integrante della rassegna “Nello spazio”, l’iniziativa che sta portando in M9 astrofisici, astronauti, divulgatori scientifici, youtuber, fumettisti, chef “spaziali”, sotto lo slogan “Incontri a pochi passi dalla luna”.

Ed un incontro sicuramente a pochi passi dalla luna, ma anche da tutti gli altri satelliti, dai pianeti e dalle stelle, è la videoinstallazione che dal terzo piano del museo proietta emozioni e sensazioni di ciascuno in una dimensione sorprendente. Fabio Massimo Iaquone è uno dei massimi esponenti italiani della cosiddetta videoarte, affinata attraverso una continua sperimentazione del rapporto creativo fra video e teatro. Artista, ma anche grande conoscitore di computer e di tutto ciò che la tecnologia ha progressivamente messo a disposizione dell’arte, raffinato sperimentatore di linguaggi e di piani narrativi, ha sempre più perfezionato la sua capacità di far aderire con assoluta precisione i video da lui creati alle architetture o agli elementi scenografici con i quali si trova ad interagire. È ciò che è accaduto in M9, “un monolite straordinario e bellissimo”, come lui stesso lo ha definito e con il quale è stato amore a prima vista. Un amore fatto di parole, immagini, suoni, intrecciati con precisione assoluta da Iaquone con il prezioso contributo di Luca Attilii e Valentino Corvino.

Per Fabio Massimo Iaquone quella per l’immagine è una passione che nasce con lui, come lui stesso ci racconta: “sono sempre stato attratto dall’immagine, tanto che da bambino ho chiesto in regalo un piccolo laboratorio fotografico, ma i miei genitori avevano paura che mi facessi male con gli acidi, così hanno preferito mandarmi nella bottega del fotografo del paese. Io comunque il laboratorio me lo sono comprato lo stesso, qualche anno dopo, con i miei risparmi di ragazzino. Sempre la passione per l’immagine mi ha portato a frequentare il Centro di Cinematografia di Roma, ma io avevo tempi di elaborazione più veloci di quelli del cinema, così ho iniziato a lavorare con i computer. Mi sono fatto comprare un Amiga, e da lì è partito tutto. Ho iniziato animando le fotografie. Poi è arrivato un anno di immobilità a letto. L’ho presa come un’occasione, una palestra in cui concentrarmi su ciò che mi piaceva. Quella è stata la svolta. Lì ho capito soprattutto che se non hai una base tecnica solida sarai sempre limitato, perché avrai sempre bisogno di qualcuno che funzioni come tuo interfaccia. Se vuoi raccontare il tuo pensiero, le tue emozioni, devi saperlo fare. Il che non significa non voler lavorare con altri, o condividere progetti. Anzi. Ai tuoi collaboratori, alla fine, puoi anche far fare tutto. Ma tu devi sapere come si fa. A prescindere”.

Questa sempre più sofisticata ricerca del dominio delle immagini non fa correre il rischio di sentirsi un po’ come un Dio, come un essere infallibile? Direi proprio di no, perché l’uomo mette sempre un errore, mette sempre se stesso in ciò che fa. La cosa importante è non perdere coscienza della nostra umanità. Il mondo è una straordinaria materia narrativa, ma al suo interno c’è sempre un’anima, c’è sempre l’uomo.

Perché la scelta di fare videoarte? Perché non fare il pittore, o il musicista, o lo scultore? Perché l’immagine è molto più diretta, molto più veloce, molto più adatta ad un visionario come me. Io l’ho sempre associata al suono. Non alla musica, ma al suono, che è tutt’altra cosa. E poi per me l’immagine è sempre frutto di un’esperienza, diventa essa stessa esperienza.

In molte delle sue opere c’è una relazione diretta con altre persone. Possono essere attori o musicisti durante le loro performances, o personaggi di grande spessore con cui lei dialoga, come Margherita Hack. I suoi interlocutori cosa sono, per lei? In che rapporto sta con loro? Quando lavori tenti sempre, alla fine, di interpretare il prossimo. Credo sia fondamentale cercare di capire chi hai di fronte, cercare di entrare in un rapporto empatico con lui. Noi non saremmo nessuno, se non avessimo qualcuno a fianco o di fronte. Io ho uno spirito camaleontico, cerco sempre di entrare nel mio prossimo. Il rischio può essere quello di travolgerlo, di cannibalizzarlo, ma è un rischio che non corri se hai grande rispetto per l’altro, se sei disposto a diventare l’altro, a perderti in lui. In questo anche l’esperienza aiuta. Ti affina, ti rende meno “prepotente”. Come fa l’età.

Quali parole sceglierebbe, se si dovesse descrivere? È una domanda difficilissima, perché ognuno di noi ha molto più di tre parole che lo caratterizzano, o che sente proprie. Direi che potrei definirmi un mistico, pensando ad un aggettivo. Come sostantivo sceglierei la poesia, perché la considero l’essenza della vita. E poi sceglierei un verbo, ossia condividere, nel senso soprattutto di mettere in comune tutto ciò che di buono siamo con un obiettivo: stare bene e sentirsi in armonia.

 
(Foto di Giorgia Rorato)

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